Lo scoiattolo tornò con un dono, ma nessuno si aspettava cosa accadde dopo
La pioggia di novembre batteva contro i vetri del mio studio a Trastevere quando tutto ebbe inizio. Stavo correggendo l’ennesima traduzione di un manuale tecnico, con la schiena a pezzi e il cervello in pappa. Mio nipote Giacomo, otto anni, era accucciato sul divano con il tablet, identico a come lo trovavo ogni giorno da cinque mesi a quella parte. Dopo l’incidente con lo scooter e il trauma cranico, i medici ci avevano detto che ci voleva pazienza. «Deve riposare il cervello. Niente sforzi, niente emozioni forti, niente corse». L’avevano rimandato a casa come un computer da lasciare in stand-by. Solo che io, sua nonna, lo vedevo spegnersi un giorno dopo l’altro.
— Chiara, guarda — mi disse mio marito Enzo, indicando un punto sotto la grande quercia di Villa Pamphili.
Eravamo usciti per una breve passeggiata, la prima dopo settimane. Sotto l’albero, nell’erba fradicia, c’era una massa rossiccia che tremava. Uno scoiattolo. La zampa posteriore destra penzolava in modo innaturale. Attorno a lui si stava già formando un capannello di curiosi, con i cellulari in mano. Lo scoiattolo provava a trascinarsi, ma la zampa non rispondeva.
Giacomo mollò la mia mano. Non lo vedeva fare un gesto spontaneo da una vita. Si avvicinò di qualche passo, ignorando la fanghiglia che gli inzaccherò le scarpe nuove.
— Nonna, aiutalo. Per favore.
Non me lo feci ripetere due volte. Mi sfilai la sciarpa, mi avvicinai piano, coprendo l’animale ferito con un gesto rapido. Sentii il suo cuore battere velocissimo contro il palmo della mano, ma non tentò di mordermi. Forse non ne aveva la forza.
— Sopravviverà, nonna?
— Certo che sì, amore mio. Gliela rimetteremo a posto.
La clinica veterinaria del quartiere Testaccio aveva una luce al neon spietata. Il dottor Rinaldi, un uomo grande e grosso con mani da chirurgo, esaminò la zampa con delicatezza.
— Lussazione, non frattura. Lo teniamo a stecchetta per dieci giorni, poi vedrà che torna ad arrampicarsi. Ma nel frattempo, lei lo terrebbe a casa? Non è un criceto, eh. Se si spaventa, può fare dei danni.
Lanciai un’occhiata a Giacomo. Era in piedi accanto al tavolo d’acciaio, con gli occhi fissi sullo scoiattolo. Aveva le guance leggermente arrossate, la prima traccia di colore dopo mesi di cera.
— Lo teniamo — dissi.
Enzo, dietro di me, emise un sospiro che conoscevo bene. Il suo «ci risiamo».
Nei giorni successivi, la nostra cucina si trasformò in un reparto di rianimazione. Battezzammo lo scoiattolo Saetta, per via di un ciuffo di pelo fulvo sulla testa che sembrava una fiamma. I primi tre giorni Saetta stava rintanato in un angolo della scatola che avevamo foderato con una vecchia coperta di pile. Quando ci avvicinavamo, si immobilizzava, fissandoci con un occhio solo, come se fosse già pronto al peggio.
Poi cominciò a rilassarsi. E con lui, Giacomo.
Mio nipote si alzava dal divano. Da solo. Ogni mattina, la prima cosa che faceva era correre in cucina a controllare Saetta. Aveva letto da qualche parte che gli scoiattoli amano le nocciole e ne aveva comprate due etti con i soldi del salvadanaio. Gliele metteva vicino alla zampa buona e parlava con lui.
— Oggi hai una faccia migliore. Domani proviamo con le mandorle.
Enzo, che era un tipo all’antica, brontolava.
— Ma sì, teniamo una bestia selvatica in casa. Tanto il mio studio ormai è un deposito di noci.
Ma una sera, passando davanti alla cucina, lo beccai. Aveva la porticina della scatola aperta e stava infilando dentro una fetta di mela tagliata a cubetti minuscoli.
— È per il ricambio vitaminico — borbottò senza guardarmi.
Dieci giorni dopo, togliemmo la stecca. Saetta mosse la zampa, la appoggiò a terra. Funzionava. Il giorno del rilascio, tornammo a Villa Pamphili. Giacomo era silenzioso, ma diverso dal solito. Non era il silenzio vuoto di prima, era un silenzio colmo. Io stessa sentivo un groppo in gola, lo confesso.
Appoggiai Saetta ai piedi della grande quercia. Lui rimase immobile per un secondo, poi schizzò su per il tronco come un fulmine, fino a un ramo alto. Si fermò. Girò la testa e restò lì a guardarci per alcuni secondi che mi parvero minuti. Poi sparì tra le foglie.
— Ciao, Saetta — mormorò Giacomo. E questa volta, nella sua voce, non c’era rassegnazione. C’era una tristezza sana, quella che si prova quando si dice arrivederci a un amico.
I giorni che seguirono furono bui. Non nel senso della pioggia. Erano bui dentro. Giacomo aveva smesso di parlare di nuovo, mangiava a stento. Mi sembrava di aver perso due volte mio nipote. La neurologa infantile, la dottoressa Ferri, mi ripeteva di non forzarlo, ma io vedevo solo una luce che si spegneva di nuovo.
Tre settimane dopo, era una mattina gelida di dicembre. Stavo preparando il caffè quando sentii un rumore. Un grattare insistente. Come un’unghia sul vetro. La finestra della cucina dà sul cortiletto interno del palazzo, dove cresce un vecchio platano. Pensai a un piccione.
Poi guardai meglio.
Non era un piccione. Era Saetta. Immobile sul davanzale. Inconfondibile, con quella macchiolina a fiamma sulla testa. Nel muso stringeva qualcosa.
— No, non è possibile — sussurrai.
Ma lui era lì. Mi fissava con i suoi occhietti neri, tutti belli dritti sulla zampa che era guarita.
Giacomo era in bagno. Urlai il suo nome con una voce che non riconoscevo. Arrivò di corsa, pensando chissà cosa. Quando vide il davanzale, la sua bocca si aprì in un urlo muto di gioia pura.
— Ha una cosa in bocca!
Aprii i vetri. Saetta non scappò. Entrò con un balzo, atterrò sul tavolo di marmo della cucina, si avvicinò a Giacomo e lasciò cadere il suo dono proprio davanti alla sua tazza della colazione. Era un sasso. Un semplice sasso grigio e piatto, di quelli che si trovano sul greto del Tevere. Ma per mio nipote, quel giorno, fu un diamante.
— Me l’ha portato. È tornato per me, nonna. Si è ricordato di me.
Da quel mattino, la finestra della cucina rimase socchiusa. Enzo protestò per la bolletta del riscaldamento, ma la smise subito quando vide Saetta entrare il giorno dopo, portando una pigna ancora verde. Il giorno dopo ancora, si presentò con un tappo di bottiglia tutto ammaccato. Ogni volta, deponeva il suo regalo ai piedi di Giacomo.
Mio nipote cominciò a fare i compiti in cucina. Preparava una ciotolina d’acqua e una con le mandorle. Si metteva vicino alla finestra e aspettava. Quando lo scoiattolo arrivava, il suo viso si accendeva. Non aveva più bisogno del tablet. Aveva un appuntamento. E Saetta era sempre puntuale, ogni mattina verso le otto e mezza.
Fu durante una di quelle visite che mio nipote mi chiese per la prima volta di andare al parco. Non a Villa Pamphili, ma al campetto sotto casa.
— Nonna, se Saetta riesce a saltare dal platano alla finestra, io posso fare un tiro a canestro.
Enzo ci accompagnò. Lo guardò correre come non faceva da un anno. Pallido e senza fiato, certo. Ma con un’ombra di sorriso stampata in faccia. La dottoressa Ferri, la settimana dopo, non riusciva a crederci.
— Signora, cosa è successo? I test cognitivi sono migliorati del trenta percento. Cosa avete fatto?
— Scoiattolo-terapia, dottoressa. Funziona meglio dei farmaci.
La situazione esplose in una fredda alba di febbraio. Saetta si presentò sul davanzale che non era ancora giorno. Non aveva nulla in bocca. Correva avanti e indietro sul cornicione, emettendo un verso insistente, quasi isterico. Sbatteva la zampa sul vetro con una violenza che non gli avevo mai visto.
Giacomo era già in piedi.
— Nonna, è successo qualcosa. Dobbiamo seguirlo.
Ci vestimmo in fretta. Nel cortile non c’era nessuno. Saetta balzò giù dal davanzale e corse verso il grande platano in fondo al vialetto. Continuava a girarsi per controllare se fossimo dietro di lui. Quando arrivammo, lo trovammo fermo vicino a una grossa radice coperta di muschio. Lì sotto, accovacciata su un fianco, c’era una seconda scoiattolina. Era più piccola, con il pelo bagnato e gli occhi socchiusi. Respirava a fatica. Nella sua pelliccia umida, due microscopici scoiattolini appena nati cercavano di attaccarsi al suo ventre, pigolando.
— Sta morendo — mormorò Giacomo. La sua voce era di nuovo rotta, ma questa volta non per sé.
Saetta si mise vicino alla compagna, strofinando il muso contro il suo collo.
— Chiama papà. Corri a casa. Serve la scatola delle scarpe e l’auto.
Il dottor Rinaldi, quando ci vide rientrare in clinica con una famiglia di scoiattoli al seguito, spalancò gli occhi.
— Ma voi siete diventati un Pronto Soccorso per roditori.
Questa volta la diagnosi era più severa: la femmina, che Giacomo chiamò subito Nuvola, era provata da un parto difficilissimo e completamente disidratata. Senza un intervento immediato, non avrebbe superato la notte.
— Teneteli al caldo. I piccoli vanno nutriti con il latte artificiale per gattini. Ogni due ore, mi raccomando. Non chiuderete occhio.
— Non importa — rispose Giacomo. Lo disse con una sicurezza che mi fece scattare la testa. Era lui a comandare, adesso.
Quella notte, mio nipote non toccò il tablet. Enzo dovette barricarsi in bagno per montare una lampada riscaldante con una vecchia abat-jour e una lampadina da bagno. Io e Giacomo, a turno, imboccavamo i due scoiattolini con un contagocce. Erano ciechi, rosa, grandi come una noce. Saetta non si mosse mai dal fianco della femmina. Restò lì, accucciato, a vegliare il suo piccolo branco malconcio.
Alle quattro del mattino, Nuvola bevve da sola per la prima volta. Una goccia d’acqua con il miele. Quando riaprii gli occhi alle sette, la vidi che lavava i suoi piccoli. Era stanca, sfatta, ma viva.
Giacomo si addormentò con la testa sul tavolo, una siringa senza ago ancora stretta nel pugno.
Ci vollero due settimane di cure, ma la famigliola si rimise in sesto. Il giorno che li riportammo al platano, Saetta ci guardò un’ultima volta prima di infilarsi nel buco del tronco. Stavolta non ero triste. Era come vedere un nipote che finalmente si laurea e va a vivere per conto suo.
Una mattina di maggio, ero in cucina a preparare il caffè. La finestra era aperta. Sul tavolo, due
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31 липня 2026