Non si va in pensione dall’amore
La storia del “raduno dei vecchi compagni di scuola” mi puzzava ancora prima che Alessandro finisse di parlarne. Era un martedì sera di novembre, pioveva su Napoli da tre giorni senza smettere, e lui girava il cucchiaino nella tazzina del caffè con quell’aria troppo rilassata. «Sai, amore, è la cena annuale del liceo. Niente di che, una pizza al Borgo Marinari, robe da ex alunni».
Disse che le mogli non erano invitate. Che volevano restare tra compagni di classe. Che non valeva la pena di fare tardi per una serata nostalgica con gente che non vedevamo da vent’anni.
Annuii. Presi la tazzina e la sciacquai nel lavello. Ma qualcosa nel modo in cui aveva appoggiato il telefono a faccia in giù sul tavolo, una settimana prima, mi era rimasto nella testa come una spina nel tallone.
I mesi precedenti erano stati un lento slittamento. Non litigavamo quasi mai, ma non ci sfioravamo più passando in corridoio. Lui rideva davanti allo schermo, quel tipo di risata corta che si fa quando si legge un messaggio privato, e io fingevo di non sentire. Tornava tardi, raccontava poco, e quando gli chiedevo qualcosa la risposta era sempre un vago «niente, lavoro» buttato lì come uno strofinaccio sul tavolo dopo cena.
Poi cominciò a parlare di Valentina.
La chiamava «la mia compagna di banco». Diceva che si erano ritrovati per caso nel gruppo organizzativo della cena, che lei abitava a Pozzuoli, che aveva due figli ormai grandi e un matrimonio finito da qualche anno. Una sera lo sentii dire al telefono, a bassa voce nel balcone: «Ti ricordi quando facemmo sega per andare al molo?». La risata di lei uscì dall’altoparlante come uno schiaffo.
Il mese prima della cena, il telefono non lasciava più la sua mano. Andava in bagno con il cellulare. Lo teneva sotto il cuscino. Se entravo in stanza, abbassava lo schermo con un gesto che forse credeva impercettibile. «Roba del gruppo», diceva. «Organizzazione».
Lo volevo credere.
Poi un sabato pomeriggio lui si fece la doccia e il cellulare rimase sul tavolo della cucina. Vibrando. Lo guardai senza toccarlo. Lo schermo si accese da solo con l’anteprima del messaggio. Non era il gruppo. Era Valentina. «Non vedo l’ora di sabato. Venti anni di attesa. Finirà come deve finire.»
Nessuna battuta interna. Solo una frase che mi fece chiudere gli occhi per dieci secondi.
Quando uscì dal bagno, con l’asciugamano sulle spalle e i capelli bagnati, gli domandai solo: «Sabato. Chi c’è davvero che non vedi l’ora di rivedere?»
Lui si bloccò con la mano sul frigorifero. Rispose troppo in fretta. «Nessuno in particolare.»
Ecco. Quello fu il momento in cui decisi.
Non gli impedii di andare. Non feci scenate. Lasciai che preparasse la camicia stirata, che scegliesse il dopobarba buono, che mi desse un bacio distratto sulla tempia dicendo «torno presto». Non gli dissi una parola. Ma la sera della cena, quando la sua auto uscì dal vialetto e sparì giù per via Posillipo, io ero già seduta nella mia, con il motore acceso, il cellulare spento e una prenotazione al ristorante accanto al suo.
Il ristorante si chiama La Bersagliera. È attaccato al locale dove il liceo classico Jacopo Sannazaro teneva la cena di classe: una sala con vetrate, vista sul Vesuvio in lontananza e Castel dell’Ovo illuminato. L’autunno napoletano sa essere dolce anche sotto la pioggia, e quella sera il lungomare aveva le luci riflesse sulla pavimentazione bagnata come tante monetine d’argento.
Mi sedetti a un tavolino appartato, vicino alla porta tra i due locali. Ordinai un calice di Greco di Tufo e aspettai.
Lo vidi arrivare alle otto e mezza. Camminava con le spalle dritte, un sorriso aperto che non vedevo da mesi. Non sembrava un uomo con un peso sulla coscienza. Sembrava uno studente di diciott’anni che entra al bar prima dell’interrogazione.
E poi arrivò lei.
Più bassa di quanto immaginassi. Capelli lisci, un foulard di seta annodato di lato. Quando Alessandro la vide, si avvicinò e le posò una mano sul braccio, un gesto automatico, intimo. Non era il tocco di due vecchi amici. Era il linguaggio segreto di chi condivide già qualcosa.
Restai seduta per quasi un’ora. Li guardai dal varco della porta. Lei rideva troppo, lui si chinava verso di lei come se il resto del tavolo non esistesse. Ogni tanto gli prendeva il polso, lui copriva quel gesto con un sorso di vino.
Verso le dieci, il presidente dell’associazione ex alunni prese il microfono. Era un tizio robusto, stempiato, con l’aria di chi ama i brindisi lunghi. Disse che chiunque volesse condividere un ricordo era libero di parlare. Le persone applaudirono. Qualcuno gridò «forza, venite su!». I cellulari si alzarono per immortalare il momento: una sala piena di napoletani sentimentali non si lascia scappare l’occasione di registrare l’emozione.
Io mi alzai.
Lasciai il bicchiere mezzo pieno e spinsi la porta. Nessuno fece caso a me mentre attraversavo la sala, schivando camerieri e sedie. Mi scambiarono per una ritardataria, una compagna di classe che avevano dimenticato di salutare. Quando presi il microfono dalle mani del presidente, lui mi sorrise con condiscendenza. «Ah, un’altra compagna che vuole parlare», disse.
Non lo corressi.
«Buonasera a tutti», dissi. La mia voce suonò più forte di quanto volessi. Qualche testa si girò. «Non ho fatto il Sannazaro. Però questa scuola la conosco bene, dopo ventitré anni di racconti a colazione.»
Risatine nella sala. Un paio di brindisi. Alessandro alzò lo sguardo e la sua faccia cambiò in un secondo, come quando si spegne un interruttore.
«È bello rivedere gli amici», continuai. «È bello tornare indietro con la memoria. Solo che a volte uno non torna solo con i ricordi. A volte uno torna per rivivere tutto, tranne gli esami.»
Nessuno rise stavolta. Il silenzio si condensò come la brina sul vetro.
«Per cui sono contenta, stasera», dissi, guardando dritto verso il tavolo in fondo, «di conoscere finalmente la donna con cui mio marito sta rivivendo l’adolescenza da sei mesi.»
Non urlai. Non vacillai. Il microfono non gracchiò.
Valentina fissò il tovagliolo sul tavolo e non lo alzò più. Alessandro si alzò in piedi di scatto, facendo sbattere la sedia contro la parete. «Questa non è la sede», disse, con una voce che provava a essere autorevole ma tremava come un cavo elettrico sotto tensione.
«Ah, scusa, non mi sono presentata», aggiunsi, voltandomi verso la sala. «Sono Chiara. La moglie. Quella che a questa cena non era invitata.»
La parola «moglie» esplose nella stanza come un petardo in un tinello. Una signora con gli occhiali spessi sussurrò «Accì…» al suo vicino. Qualcuno abbassò il cellulare. Altri lo alzarono più in alto. Di lato, un ragazzo con la barba incolta commentò a denti stretti: «Lo sapevo, oddio, lo sapevo che c’era qualcosa».
Alessandro fece un passo verso di me. «Adesso basta», disse, tendendo la mano verso il microfono. «Stai rovinando tutto, questo non c’entra niente con la verità.»
Non indietreggiai. «No, Ale’», risposi. «Non la sto rovinando. La verità la stavo solo raccontando a chi non l’aveva mai saputa.»
Nessuno mi fermò mentre riconsegnavo il microfono al presidente, che era diventato color mozzarella di bufala. Tornai indietro tra i tavoli, tra facce che mi guardavano come se avessi appena svuotato un secchio d’acqua gelata su un matrimonio. Una donna mi prese la mano un attimo, un’altra mi fece un piccolo cenno col capo.
Fuori, la pioggia aveva smesso. L’aria sapeva di sale e di gelsomino bagnato, e le luci dei lampioni disegnavano righe arancioni sull’asfalto. Mentre cercavo le chiavi nella borsa, sentii i passi affrettati di Alessandro alle mie spalle.
«Sei completamente impazzita», urlò. «Mi hai rovinato davanti a tutti, hai fatto una scenata da film, hai…»
Non mi voltai subito. Infilai la chiave nella portiera e solo allora lo guardai. Non aveva più il sorriso dello studente. Aveva la faccia di un uomo che ha appena visto un palco crollargli addosso.
La mia voce uscì stanca, calma, quasi dolce. «Io non ho rovinato niente. Tu hai portato la tua amante a una festa pubblica, filmato da trenta cellulari. Il resto l’ha fatto la matematica.»
Non tornammo a casa insieme.
Il giorno dopo a Napoli pioveva ancora, ma io ero già in via Chiaia, davanti allo studio del notaio. La prima cosa che feci fu bloccare il conto cointestato. Cinquantatremila euro su un libretto al Banco di Napoli: metà miei, il resto vedremo. Poi feci scrivere una lettera in cui dichiaravo la volontà di avviare la separazione dei beni.
Quando tornai, alle quattro del pomeriggio, trovai Alessandro seduto sui gradini di casa, il telefono in mano e la pioggia che gli colava dal bavero della giacca. Sul pianerottolo, il cane dei vicini, un bassotto spelacchiato di nome Totò, abbaiava a ogni suo movimento.
«Ho chiamato Valentina», disse, senza alzare la testa. «Dice che non mi vuole più vedere. Dice che la storia è finita sui social e che sua figlia l’ha scoperta.»
«Mi dispiace per sua figlia», risposi, inserendo la chiave nella toppa. Era una chiave nuova, fiammante. Il giorno prima avevo fatto cambiare la serratura dello studio, quello che prima chiamavamo «il nostro angolo». Lì dentro avevo messo le mie carte, il computer, la stampante.
Lui finalmente alzò lo sguardo e lo capì. Non dalla chiave. Dal fatto che non gliela diedi.
Rimase lì, zuppo, sul gradino, con il cellulare che vibrava di notifiche e una ex compagna di banco che probabilmente non gli avrebbe più risposto.
Io entrai in casa. Appoggiai la borsa sulla consolle e mi guardai intorno. Per la prima volta dopo mesi, il corridoio non mi sembrò né troppo vuoto né troppo stretto. Era uno spazio pulito. Un pavimento su cui si poteva camminare senza paura di pestare cocci.
Misi su il caffè. Ne venne su poco, giusto mezza tazzina, perché la moka era vecchia e perdeva. Lo bevetti senza zucchero, guardando fuori dalla finestra il Vesuvio con la cima coperta di nuvole.
Non mi sentivo né vendicata né triste. Mi sentivo leggera, come dopo una dichiarazione dei redditi fatta in ritardo ma finalmente consegnata.
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10 серпня 2026